PREFAZIONE DI FRANCOIS MAURIAC AL SUO LIBRO
"SANTA MARGHERITA DA CORTONA" (ARNOLDO MONDADORI EDITORE 1952).
Santa Margherita da Cortona non si è imposta a me, ella che mi è oggi divenuta così cara. Non pensavo affatto di scrivere vite di santi - tanto meno la sua, di cui non sapevo nulla. Non volevo scrivere niente. Le tenebre coprivano la terra. Era il'41? il'42? il'43? il tempo non sembrava più diviso: tutti questi inverni non sono che un blocco gelido e nero, nella nostra mente. Noi li abbiamo vissuti a Malagar, in mezzo a un orrore monotono. C'era un tedesco in ogni stanza. Una fisarmonica nemica gemeva dalla parte della cucina. Splendesse il sole o la pioggia gocciolasse contro i vetri, il paesaggio era disperato.
Bisognava scrivere. Non si vive dell'aria del tempo, nè delle ingiurie di una stampa ubriaca di rabbia. Ma cosa avevo fatto a quei confratelli? Un pdra gesuita di Lione affermava che io avevo perso la guerra e che la lettura dei miei romanzi aveva distolto i giovani francesi dal combattimento. Nel Les murs sont bons di M. Henry Brdeaux, la letteratura aveva buone spalle, se oso dire.
Scrivere, ma cosa scrivere? L'editore di La vie de jèsus ( I ) - fedele all'autore in voga che ero allora - sperava una agiografia. Cedetti alla sua insistenza cordiale. Ma non era tutto. Bisognava scegliere tra i tanti santi: i maggiori erano i più sfruttati.
Margherita da Cortona fermò la mia attenzione perchè è pochissimo conosciuta in Francia. Sapevo che dapprima avevo ceduto all'amore, al più umano degli amori; che aveva avuto un figlio... ("è proprio quello che ci vuole!"). Fnì per decidermi il fatto che l'essenziale di quanto riguarda Margherita sta tutto in un libro scritto dal suo confessore; i sapienti non possono aggiungervi quasi nulla.
Le circostanze mi impedivano i viaggi, le ricerche in biblioteca (non l'avrei fatto d'altronde mai, anche se la guerra e l'occupazione non ci fossero state). Mi trovai inoltre dispensato dal descrivere l'ambiente storico nel quale era vissuta la nostra santa e obbligato a seguire il mio gusto che era di attenermi strettamente alla storia di un'anima. Appunto perchè gli avvenimenti esteriori di questa vita non hanno quasi importanza, il mio libro è diventato una specie di meditazione sugli stati mistici. Volta a volta cedo al fascino o alla irritazione che essi m'ispirano.
Ma il libro rispecchia anche, specialmente negli ultimi capitoli, i momenti disperati che noi stavamo attraversando. Margherita da Cortona mi attirava fuori di questo mondo abbominevole. Seguivo questa povertà là dove ad essa piaceva di trasportarmi, capivo il suo amore, entravo nella sua follia.
Sentivo ciò che aveva sentito. Ne coglievo l'anima, nonostante le deformazioni del confessore e dei posteri che avevano ritoccato l'opera. Ma talvolta me la prendevo con me stesso perchè scrivevo un libro tanto inattuale. Il martirio della cortonese mi distraeva dal martirio della patria; mi rendeva infedele a questa terra imbevuta di sangue. I vortici del cuore e del pensiero intorno a questa santa oscura del secolo XIII, mi pare che diano al libro un accento speciale. Leggendolo, bisogna ricordare che il tale capitolo è stato interrotto perchè era l'ora dei francais parlent aux francas; o perchè colpi sordi sfondavano il soffitto; o perchè le fanfare del grande stato maggiore tedesco annunciavano una vittoria del Reich alla radio.
Più tardi, tornai a Parigi per mettermi al sicuro e collaborare alla stampa clandestina. Ma quei foschi giorni prima della Resistenza, in fondo a una campagna inondata di pioggia, rosa dal sole, dove, aldilà di ogni dolore, mi sono annoiato come non mai nella vita, si incarnano, per me, in questa piccola santa forsennata, sì accanita nel distruggere un volto così bello, che, dopo anni di penitenza feroce, faceva ancora paura ai frati del Convento di Cortona.
Farà paura, forse farà anche orrore a qualche lettore del mio libro, poichè Margherita non è una santa per gli uomini di oggi, vaganti così lontani dalla luce. Un santo per gli uomini d'oggi...
Provo talvolta a immaginare questa creatura, sorta improvvisamente, che farebbe di nuovo sentire il Cristo al cuore di una umanità accecata dal sangue, cacciata via da tutti i suoi rifugi - anche dal bagno materialista nel quale si riparava da quasi due secoli - e spiritualmente perseguitata.
Sarà un operaio? un giochista? un parroco di periferia? In qualunque modo, sarà un umile. Per mezzo di lui la Grazia proromperà con forza, con gloria. "Questa generazione chiede un segno..." Lo chiede, sì, dal fondo di un abisso tale, con una esigenza così materiata di disperazione, che non possiamo più dubitarlo: l'ora si avvicina, l'ora dell'Amore nel quale abbiamo creduto.
Francois Mauriac
Parigi 9 febbraio 1945
"SANTA MARGHERITA DA CORTONA" (ARNOLDO MONDADORI EDITORE 1952).
Bisognava scrivere. Non si vive dell'aria del tempo, nè delle ingiurie di una stampa ubriaca di rabbia. Ma cosa avevo fatto a quei confratelli? Un pdra gesuita di Lione affermava che io avevo perso la guerra e che la lettura dei miei romanzi aveva distolto i giovani francesi dal combattimento. Nel Les murs sont bons di M. Henry Brdeaux, la letteratura aveva buone spalle, se oso dire.
Scrivere, ma cosa scrivere? L'editore di La vie de jèsus ( I ) - fedele all'autore in voga che ero allora - sperava una agiografia. Cedetti alla sua insistenza cordiale. Ma non era tutto. Bisognava scegliere tra i tanti santi: i maggiori erano i più sfruttati.
Margherita da Cortona fermò la mia attenzione perchè è pochissimo conosciuta in Francia. Sapevo che dapprima avevo ceduto all'amore, al più umano degli amori; che aveva avuto un figlio... ("è proprio quello che ci vuole!"). Fnì per decidermi il fatto che l'essenziale di quanto riguarda Margherita sta tutto in un libro scritto dal suo confessore; i sapienti non possono aggiungervi quasi nulla.
Le circostanze mi impedivano i viaggi, le ricerche in biblioteca (non l'avrei fatto d'altronde mai, anche se la guerra e l'occupazione non ci fossero state). Mi trovai inoltre dispensato dal descrivere l'ambiente storico nel quale era vissuta la nostra santa e obbligato a seguire il mio gusto che era di attenermi strettamente alla storia di un'anima. Appunto perchè gli avvenimenti esteriori di questa vita non hanno quasi importanza, il mio libro è diventato una specie di meditazione sugli stati mistici. Volta a volta cedo al fascino o alla irritazione che essi m'ispirano.
Ma il libro rispecchia anche, specialmente negli ultimi capitoli, i momenti disperati che noi stavamo attraversando. Margherita da Cortona mi attirava fuori di questo mondo abbominevole. Seguivo questa povertà là dove ad essa piaceva di trasportarmi, capivo il suo amore, entravo nella sua follia.
Sentivo ciò che aveva sentito. Ne coglievo l'anima, nonostante le deformazioni del confessore e dei posteri che avevano ritoccato l'opera. Ma talvolta me la prendevo con me stesso perchè scrivevo un libro tanto inattuale. Il martirio della cortonese mi distraeva dal martirio della patria; mi rendeva infedele a questa terra imbevuta di sangue. I vortici del cuore e del pensiero intorno a questa santa oscura del secolo XIII, mi pare che diano al libro un accento speciale. Leggendolo, bisogna ricordare che il tale capitolo è stato interrotto perchè era l'ora dei francais parlent aux francas; o perchè colpi sordi sfondavano il soffitto; o perchè le fanfare del grande stato maggiore tedesco annunciavano una vittoria del Reich alla radio.
Più tardi, tornai a Parigi per mettermi al sicuro e collaborare alla stampa clandestina. Ma quei foschi giorni prima della Resistenza, in fondo a una campagna inondata di pioggia, rosa dal sole, dove, aldilà di ogni dolore, mi sono annoiato come non mai nella vita, si incarnano, per me, in questa piccola santa forsennata, sì accanita nel distruggere un volto così bello, che, dopo anni di penitenza feroce, faceva ancora paura ai frati del Convento di Cortona.
Farà paura, forse farà anche orrore a qualche lettore del mio libro, poichè Margherita non è una santa per gli uomini di oggi, vaganti così lontani dalla luce. Un santo per gli uomini d'oggi...
Provo talvolta a immaginare questa creatura, sorta improvvisamente, che farebbe di nuovo sentire il Cristo al cuore di una umanità accecata dal sangue, cacciata via da tutti i suoi rifugi - anche dal bagno materialista nel quale si riparava da quasi due secoli - e spiritualmente perseguitata.
Sarà un operaio? un giochista? un parroco di periferia? In qualunque modo, sarà un umile. Per mezzo di lui la Grazia proromperà con forza, con gloria. "Questa generazione chiede un segno..." Lo chiede, sì, dal fondo di un abisso tale, con una esigenza così materiata di disperazione, che non possiamo più dubitarlo: l'ora si avvicina, l'ora dell'Amore nel quale abbiamo creduto.
Francois Mauriac
Parigi 9 febbraio 1945